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La mia biblioteca non cresce. Non che non abbia letto nulla in questo periodo ma ritengo che niente sia di particolare menzione. “Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta”  di Robert M. Pirsig è un stato un libro noioso e senza particolare abilità narrativa, l’unica riflessione che ha generato riguarda il concetto filosofico della qualità. Dico filosofico perchè sull’argomento si possono trovare molte informazioni interessanti ma niente di largamente risolutivo ...quindi si fa “solo” della filosofia. Questo mi ha tenuto impegnato per qualche giorno, poi, ha perso il mio interesse. “Giorni tranquilli a Clichy” di Miller è la solita storia di miserie senza alcuno scopo. “La terza sponda del fiume” di Guimarães Rosa João è semplicemente pessimo. “Frammenti e scritti vari” di Kafka è buono direi, ma non solletica.
Tutta gente morta direbbe qualcuno, forse.
Behh. Si. Forse serviva una rottura. Comprato per pura noia “Pane e tempesta” si è rivelato da subito di una comicità e di una poesia esaltante. Forse sono queste dimensioni umane irreali, quasi magiche nella loro semplicità, che mi fanno piacere lo stile. Per certi versi sono elementi che si trovano in Marquez. (bisognerebbe evitare di analizzare i propri gusti, ci si potrebbe riconoscere piuttosto prevedibili n.d.r.)
Stefano Benni è un uomo che se capitasse la miseria di mettermi su facebook mi farei come amico.
Ricordavo piacevole il “Bar dello Sport” e credo che mi godrò anche questo, e poi altri.

Bar Sport - incipit
Al bar Sport non si mangia quasi mai. C'è una bacheca con delle paste, ma è puramente coreografica. Sono paste ornamentali, spesso veri e propri pezzi d'artigianato. Sono lì da anni, tanto che i clienti abituali, ormai, le conoscono una per una. Entrando dicono: «La meringa è un po' sciupata, oggi. Sarà il caldo». Oppure: «È ora di dar la polvere al krapfen». Solo, qualche volta, il cliente occasionale osa avvicinarsi al sacrario. Una volta, ad esempio, entrò un rappresentante di Milano. Aprì la bacheca e si mise in bocca una pastona bianca e nera, con sopra una spruzzata di quella bellissima granella in duralluminio che sola contraddistingue la pasta veramente cattiva. Subito nel bar si sparse la voce: «Hanno mangiato la Luisona!». La Luisona era la decana delle paste, e si trovava nella bacheca dal 1959. Guardando il colore della sua crema i vecchi riuscivano a trarre le previsioni del tempo. La sua scomparsa fu un colpo durissimo per tutti. Il rappresentante fu invitato a uscire nel generale disprezzo. Nessuno lo toccò, perché il suo gesto malvagio conteneva già in sé la più tremenda delle punizioni. Infatti fu trovato appena un'ora dopo, nella toilette di un autogrill di Modena, in preda ad atroci dolori. La Luisona si era vendicata. [Stefano Benni, Bar Sport, Mondadori, 1979]
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